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Parole urlate. Parole abusate. Parole al vento. Parole sprecate. Quanto contino o siano inutili le parole lo  riscontriamo ovunque: in una serata tra amici, in una discussione politica,  sui giornali, in televisione, sui socials. Parole sprecate come cibo avanzato. Sputate in strada, al bar, dal divano, per imprecare contro i notiziari. Parole buttate in consuete scemenze, per i parenti, i colleghi, i vicini di casa. Per discutere del tempo sugli ascensori. Per il vigile, l’ortolana, il benzinaio, il cameriere. Nella rete mute come pesci morenti in cerca di un grido. Parole sprecate. Io che per indole sono così avara di parole, che soppeso ogni suono, ogni spazio, che trovo un mondo sconfinato e prezioso dietro al silenzio, mi stupisco e nel contempo infastidisco del ciarlare inutile, sempre uguale a se stesso, di tanta gente conosciuta e non.

Le parole poi si sporcano quando arrivano tutte uguali pronunciate dal commentatore della politica. In genere figura assolutamente non di primo piano ma che frequenta tutti i salotti. Che conosce tutti i personaggi che contano. Quello che osserva e puntualmente, zan! giudica. Quello che sa tutto e saprebbe fare tutto meglio degli altri ma che di fatto non produce nulla se non appunto fiumi di parole. E quante energie  sprecate a commentare, denunciare, sentenziare, giudicare, spesso calunniare. Da personaggi di questa risma , puntuali, arrivano generose e mai da nessuno richieste soluzioni (per lo più impraticabili) che trovano grandi consensi contando sull’ingenuità della gente. Si disperdono le parole nelle svariate realtà di aggregazione nella speranza -spesso vana- che queste contino qualcosa alla fine, per qualcuno. Diceva Victor Hugo “la loro conversazione (chiacchiera nei salotti e cicaleccio nelle anticamere) somiglia a quei camini che consumano presto la legna: occorre loro molto combustibile: il prossimo”.  

I media poi fanno il loro mestiere, e non bisogna essere apocalittici a scoppio ritardato per riconoscere che il linguaggio televisivo è entrato nelle fibre del nostro lessico di famiglie e di comunità con effetti a catena. Siamo stati trasformati, perfino nel lessico, da questo abuso delle parole, spesso sgrammaticate. E va ancora peggio nella centrifuga di Internet, dove frequentemente ci si sfoga, con suprema violenza e coperti dall’anonimato. Sempre e comunque sprecando le parole, e depotenziandone il significato. Non esiste, purtroppo, una precisa terapia a questa forma di “crisi antropologica”, di questa regressione degli italiani, ma certamente il ritorno alle buone maniere, alle elementari regole della buona educazione, sarebbero già degli ottimi antidoti contro questa forma di declino di un popolo. Gesti semplici: dire “grazie”, per esempio, senza parsimonia, e ricordarsi che tacere non è sempre un atto di debolezza o, peggio, il segno di una sconfitta. Tacere, in alcuni casi, è utile e necessario, e aiuta a riscoprire il valore delle parole sprecate. Ricordo quelle che mi disse una volta un monaco benedettino: «Tutti abbiamo bisogno del silenzio per scoprire l’altro, umano o divino che sia». E forse anche per l’indifferenza che abbiamo coltivato come una pianta avvelenata nei nostri stili di vita, parliamo troppo e male.

Parole sprecate, menti soffritte, giudizi banalissimi e intorno tutto un Paese che crede a qualsiasi scempiaggine venga raccontata senza sviluppare un proprio giudizio. Del tutto privi di senso critico, viviamo nel paese delle parole sprecate, buttate, inflazionate, nel secolo del “tweet d’assalto”  e se non twitti almeno una volta al giorno sei un povero sfigato senza nulla da dire. Manco il “silenzio stampa” fosse un reato contro lo Stato, manco il silenzio fosse sinonimo di rincoglionimento senile precoce. E allora facciamolo questo esercizio del silenzio di quando in quando. Certamente ci renderemo conto di quante parole inutili abbiamo scritto o detto.

“Se si tace per un anno si disimpara a chiacchierare e si impara a parlare.” Nietzsche

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